°°Like a Woman°°

E’ vero, è molto che non scrivo. Precisamente dal 24 maggio, un mese fa’.

“Fail again, fail better”.

Ebbene, volete sapere com’è andata a finire la storia?
Che ho sbagliato, sbagliato in modo colossale. Ma sì, meglio, “better”.

Ho sempre pensato che l’essere circondata in terra straniera da persone più piccole di me (e a volte decisamente più piccole) mi avrebbe fatta sentire fuori posto.
Alle volte.

O inadeguata.
Anche.

Inaccettata.
Mai.

Ma so con certezza di aver preso una strada, diversa, matura, grande. E “grazie” a quello sbaglio. Tutti dicono che l’erasmus ti cambia, che quando torni non sei più lo stesso. Non so esattamente cosa questo voglia dire a 21 o poco più anni. So però cosa vuol dire per me. Perché è vero, senti di essere diverso, di non essere più lo stesso. Sia chiaro, io sono la stessa solita instabile Laura, la stessa che continuerà a sbagliare, più o meno consapevolmente. Però questa è una Laura donna. Sì, “donna”. Credo sia la prima volta nella mia vita che uso questo termine per definirmi. Non sono più una ragazzina, né tanto meno una ragazza. Io sono una donna, io penso come una donna, mi comporto come una donna. Ok, una donna con qualche colpo di testa in eccesso ma non a caso, come dicevo, sono sempre la solita instabile Lau’.

Allora vuoi sapere qual è stato l’errore?
Risentire, riscoprirmi, appropriarmi intensamente di una parte folle e al tempo stesso matura di me e sentirla tanto tanto mia da vederla come propria, non come uno specchio ma più come il seme di una ciliegia. In fondo in fondo io sono così. Mi ci è voluto un fantastico terribile sbaglio per capirlo.

Io lo so. Adesso lo so.
Io sono una che ama. E che vuole farlo.
Per tutta la vita. Per sempre.

Io sono una donna.
E, a dirla tutta, non mi dispiace affatto.

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°°Fail, fail again. Fail better”

Le persone come me si nutrono di sogni, coscientemente, anche se sanno che ne usciranno male un’altra volta, come se non avessero mai imparato nulla dalla vita.

Le persone come me fondamentalmente se ne fregano.

Non è che sia masochismo, è semplicemente che arrivano a quel confine tra l’osare e il non farlo e decidono di oltrepassarlo, coscientemente. Sanno che soffriranno, lo sanno bene, ma sanno che la sofferenza sarà ancor maggiore nel caso dovessero scegliere di tornare indietro, senza più voltarsi. Perché una volta che hai visto quel confine è fatta, il sogno è lì, ad un passo, ad un passo dall’essere vero, dall’essere tuo, dal poterlo accarezzare. Non puoi fermarti, non puoi. Non puoi lasciare che rimanga una storia non scritta, un dipinto non finito. Non hai scuse per non vivere.

Che vuoi che sia il dolore? Che vuoi che sia rispetto alla felicità?

Un giorno ti guarderai indietro e potrai dire di aver vissuto davvero, nel tuo piccolo non avrai lasciato scappare neanche un’emozione, non un sorriso, non una lacrima. Arriverà il giorno in cui ti guarderai dentro e vedrai un cuore che ha amato finché ha potuto e forse più, senza chiedere nulla in cambio, solo per la gioia di farlo, di battere all’impazzata, di fare la valigia un’altra volta per rincorrerlo quel sogno, un’altra volta ancora e ancora.

La gente come me non è che non impari mai nulla dalle proprie sofferenze; è che spesso guarda a quelle sue cicatrici sorridendo teneramente, sentieri di una vita come tracce indelebili sul proprio corpo.

La gente come me è semplicemente romantica, inguaribilmente romantica. Tutto qui.

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°°Dream Responsibly°°

Ecco, io credo che i sogni abbiano una localizzazione precisa, che se la conosci puoi andare a prenderteli ogni volta che ne senti il bisogno, un po’ come la sezione della dispensa dedicata agli infusi.

E’ tutto lì, niente di più facile.

I sogni -e parlo perché io sono sempre andata a cercarli lì, più o meno come riconoscendo le piante ai cui piedi adorano crescere i porcini- si trovano giusto in quell’attimo tra l’aver pensato qualcosa di tremendamente bello che si vorrebbe accadesse e il momento  in cui quel qualcosa diventa reale. I sogni dunque si possono probabilmente collocare nell’arco di eventi che comprende il momento in cui mettiamo a fuoco quello che realmente vorremmo, valutiamo se è davvero possibile e se davvero vogliamo che accada e mettiamo a punto il piano di azione perché ciò succeda, fino alla sua effettiva realizzazione, se siamo fortunati o ci siamo dovutamente applicati, quasi sempre un buon miscuglio di entrambe le cose.

Facile.

Il rischio -se rischio si può definire- è quello così di procrastinare all’infinito la realizzazione dello stesso, il suo renderlo reale appunto e non più sogno. E sì allora, diventa un sogno eterno. A volte succede più o meno inconsapevolmente, altre volte è una consapevolissima scelta. Ci sono sogni che ci servono per far scivolare il piede fuori dalle coperte tutte le mattine, chiamale speranze, aspettative, obiettivi o semplicemente sogni necessari.

E la ricetta per la felicità sarebbe bella che servita, nella semplicità del continuo astrarre e procrastinare, se non fosse per una cosa.

I sogni alle volte ti fregano. Quando li lasci un po’ troppo lì, quando non li prendi troppo sul serio e non ti dedichi abbastanza a loro.

Ti fregano. Iniziano ad intrecciarsi a tutto quel sentire che è alla base del tuo procrastinare, si accrescono nutrendosi di tutte le paure e le insicurezze che spesso ti hanno fatto dire “andrà male, perché tentare?”, più o meno consapevolmente. Ti fregano, credimi. Si ingigantiscono mostruosamente, ti sorprendono nel cuore della notte, si avvolgono al tuo collo, si impossessano delle tue coronarie, giocando a stringere il tuo cuore che accelera e accelera. E’ come un cane cresciuto con un pessimo padrone a cui poi non riesci a dare la colpa se dovesse mordere qualcuno, incluso il padrone.  L’essere padrone dei propri sogni prevede immaginazione e dedizione quotidiana, lasciando correre il cuore per la felice ansia dell’attesa e non per le coronarie ostruite da cumuli di sogni stropicciati. Lotta per il tuo sogno, perché ogni tuo giorno includa sempre anche solo una piccola parte dedicata alla sua realizzazione, prenditi cura di lui.

Sogna responsabilmente, Lau’. Che diamine.

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°°The Veterinarian’s Prayer°°

 The Veterinarian’s Prayer

Guide me in medicine. Please let me find the tiny, dehydrated vein of the ancient kitty when I am asked to perform euthanasia under the emotional eye of her owner. I ask for this first, Lord, because it is my single most common reason for prayer, so let’s start there.

Lord, help me be a good doctor. Not even a great doctor like House, MD, but at least a doctor who will not space out and miss the glaringly obvious stuff that every veterinarian should know.

Lord, let no other doctor look at one of my medical records, shake her head and think, “What an idiot.”

If I do make a mistake, please let the lesson find its way firmly into my memory and not onto Google reviews or Angie’s List.

Grant me patience and understanding

Grant me a future that includes someday not having to work on weekends. And until that day, I beg you for a few Saturday shifts that are not completely insane.

When the anal glands express erratically, may their contents find my coat and not my face or hair.

It is not lost on me that the truly wonderful pets seem to have a significantly greater chance of getting an incurable illness at a young age. If these pets have memorable names (Professor Snacks, Captain America, Chipper Donut, Jabba Bear, etc.), live with children and have delightful owners, their long-term survival rates are even worse.

While I do not seek to understand your reasoning for this, and I am grateful for those pets that seem to be too bad to die, I would really appreciate it if more of the great ones could live nice, long lives.

Give me self-control

Bestow upon me the strength to eat heartily from the holiday veggie trays that clients send and to merely sample the brownies.

And when my strength fails (as it will), please guide me to be more reasonable in my goals and aim at least not to eat the entire batch before the technicians know the baked goods have arrived.

Make smooth my dealings with staff

Please make me the kind of veterinarian other people enjoy working with. Please let the technicians and receptionists like me for the right reasons, and if one or two of them decide not to like me, let that be for the right reasons, too.

Also: Might I request to be scheduled to work when the staff training meetings involve free lunch—and off when they do not? Speaking of schedules, please smite the technician who calls me at home early Saturday morning when it is not really, absolutely, without a doubt, critically necessary. Smite him good.

Give me wisdom in handling clients

I thank you for all the wonderful clients you send into my life each day. When it comes to those few who are less wonderful, help me to recognize the cases that I should refer away immediately. In extreme cases, feel free to strike me with an illness so I am not in the building when the true nightmare cases come in. If I were able to choose between getting pneumonia or getting sued, I’d take the former.

When I call the mean owners to check in on their pets, let my call go to voicemail. Likewise, please do not let the mentally unbalanced breeders find out where I live. I don’t want to have to choose between moving and changing professions.

Finally, please give me the wisdom not to ask any pet owner when she is due unless I am absolutely, 100 percent sure that she’s pregnant.

Amen.

Dr. Andy Roark

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°°Che poi basta davvero poco°°

Che poi basta davvero poco.

Correre lungo il Douro al tramonto dopo una chirurgia che -diamine- ti è piaciuta, inaspettatamente.
E ci pensi.
Pensi a che famiglia meravigliosa possiedi che, nonostante tutto, non ha mai smesso di volerti bene, forse proprio per quello che sei.
Pensi che hai amici da una vita per cui potresti mettere entrambe le mani sul fuoco. E ad occhi chiusi, senza esitare un solo istante.
Pensi a quanto sia stupendo, nonostante tutto, quello che ti sta capitando, le persone che ti stanno capitando, le situazioni. Tutto.
Pensi che stai diventando la donna che sognavi d’essere da bambina, una dottoressa degli animali con una spruzzatina di lentiggini sul naso.
E sì, ci pensi.

Quanti potrebbero dire questo? Quanti?
E allora il problema dove sta?
Non c’è. Molto semplicemente.

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°°Successo terapeutico nei conigli con sospetta encefalitozoonosi – VetJournal°°

Successo terapeutico nei conigli con sospetta encefalitozoonosi

Migliore il protocollo con ossitetraciclina e fenbendazolo, in uno studio

Uno studio descrive il trattamento di 95 conigli con sospetta encefalitozoonosi e sintomi neurologici osservati tra il 2000 e il 2008. Il trattamento consisteva in ossitetraciciclina (dal 2000 al 2003; n=50) e fenbendazolo e ossitetraciclina (dal 2004 al 2008; n=45), e i conigli venivano assegnati a caso ai gruppi di trattamento con o senza desametazone. Ciascun regime terapeutico veniva somministrato per 10 giorni, con l’aggiunta di fluidi, vitamina B e supporto nutrizionale come indicato.Il successo terapeutico veniva valutato determinando il tasso di sopravvivenza il giorno 10, il punteggio neurologico dei soggetti sopravvissuti e le curve di Kaplan-Meier per la sopravvivenza a lungo termine dopo i 10 giorni.

L’aggiunta di fenbendazolo nel protocollo di trattamento era associata a un aumento del tasso di sopravvivenza al giorno 10 (p=0,043), miglior punteggio neurologico (p=0,008) e miglior sopravvivenza a lungo termine (p=0,025). Il trattamento con desametazone non mostrava effetti sul punteggio neurologico o sulla sopravvivenza a breve o lungo termine. Lo studio non forniva alcuna evidenza del fatto che il desametazone sia una componente efficace dello schema di trattamento.

“Clinical evaluation of therapeutic success in rabbits with suspected encephalitozoonosis” Sieg J, Hein J, Jass A, Sauter-Louis C, Hartmann K, Fischer A. Vet Parasitol. 2012 Jan 10. [Epub ahead of print]

Fonte: PubMed
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°°Respirar o Silêncio°°

Quella volta lo percepì distintamente.  Il fiatone, lo zaino sulle spalle, la moneta che cade, la bibita fredda tra le dita gelate a contrasto con le guance rosse ed accaldate. Si fermò a respirare e a bere e lì lo percepì, lo percepì distintamente. Stava scappando.
Aprì il libro per tentare di confondere i pensieri e raggirarli, riannodarli in quella intricata matassa che da una vita si portava appresso e le strattonava le caviglie. Leggeva la stessa maledettissima frase almeno un paio di volte e le parole si duplicavano in un’eco distratto.
Fugir, fugir..
Seguiva il filo di quei pensieri perversi, anche non volendo, ed ogni volta che arrivava ad un nodo le si fermava in gola e tratteneva a stento le lacrime.
Si odiava, Veronika si odiava. Era stanca di quel vociare confuso. Nei suoi momenti peggiori si sarebbe strappata le orecchie per non sentirsi e spesso non trovava rimedio migliore che annegare quei fottuti pensieri che le graffiavano sadicamente l’anima.
Sentiva un bisogno infinito di una carezza, in silenzio, senza parole, senza spiegazioni, senza perché. Voleva soltanto che qualcuno, chiunque, le accarezzasse quell’anima insensatamente accartocciata, più deforme  di una foglia arida. E se si concentrava riusciva persino a sentirlo il rumore dell’anima che rotolava sulla strada tra piedi incuranti ed ignari.

Veronika pensava mentre la mente si svuotava pian piano di reale ed i suoi passi si muovevano da soli, senza una meta, uno davanti all’altro, senza volontà. L’Oceano portava un profumo di acerba primavera, frizzante sulle gote ancora accaldate. Chiudeva gli occhi Veronika, tratteneva tra le ciglia il vociare sgraziato dei gabbiani mentre i capelli si mischiavano a fili d’erba e petali di camelie appena sfiorite.
Respira il silenzio, Veronika. Respira.
Percepì che quella dell’Oceano in quel preciso istante era la carezza più sincera ed affettuosa che potesse ricevere, una carezza silenziosa, che non le chiedeva nulla, che non la giudicava e, al medesimo tempo, non provava pena o pietà per lei.

I suoi passi ripresero a seguirsi, uno dopo l’altro, la mente riannodò i pensieri e percepì il peso dello zaino che le graffiava le spalle. Il sole giocava a ramare i suoi capelli e il suo passo accelerava seguendo l’onda ormai trottante dei suoi respiri.
Il silenzio, Veronika, respira il silenzio.

 

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