°°lambr-ugie°°

Articolo bello, anzi bellissimo, dell’amico Massimo Soldarini della Lipu riguardo al caso Lambro. Prendetevi 5 minuti, ne vale la pena. Aprite gli occhi. Questa è la controparte d’informazione che nessuno vuole farci vedere.

Lambr‐ugie
LIPU Cronache del disastro ambientale del Fiume Lambro – 2010 Anno Internazionale della Biodiversità

Martedì 23 febbraio 2010 – ore 3.30 – Inizia con atto, pare doloso, lo sversamento di idrocarburi contenuto nelle cisterne della Lombarda Petroli, Villasanta provincia di Monza‐Brianza, un’ex raffineria che oggi funziona come deposito per conto terzi. Finirà dapprima in una vasca, poi nel collettore e infine arriverà al depuratore e al Lambro.

Ore 8.30 – Primi interventi. Brianze Acque, gestore del depuratore del Lambro, comincia ad accorgersi che si sta verificando qualcosa di anomalo.  Intervengono ARPA, Provincia, Forze dell’Ordine. Solo all’arrivo dei Carabinieri, ARPA e tecnici della Provincia riescono ad entrare nell’azienda per capire cosa sia successo.

Ore 12.00 – Ormai la situazione appare in tutta la sua drammaticità, ma la marea nera sta già attraversando le province di Monza, Milano, Lodi e si dirige spedita verso il Po. C’è chi parla di una scia nera e maleodorante di circa 40 km di lunghezza. Nei giorni seguenti si tentano interventi più o meno riusciti per arginare il gasolio da riscaldamento e l’olio combustibile sversati, con scarsi successi, gli idrocarburi arrivano presto al Po.

Lunedì 1 marzo 2010 – ore 20.00 al TG1 RAI1 ‐ Sei giorni dal disastro – Il capo della Protezione civile, sottosegretario Guido Bertolaso, dichiara chiusa l’emergenza. E così si spengono i riflettori sul disastro ambientale del Lambro e del Po. Così ha decretato Bertolaso: l’emergenza è finita, tutto a posto, niente rischi per l’ambiente, per la salute e per gli uccelli (ha detto proprio così!). I megafoni mediatici, in testa il TG1, all’unisono hanno diffuso la notizia, sulla stampa è quasi sparita, archiviata.
Io non ci sto e vi dico perché.

Sei giorni fa scatta l’allarme sversamento nel Lambro, le agenzie parlano di 50 mila tonnellate, poi 600 mila litri, migliaia di tonnellate, ancora stasera i servizi dei TG di stato parlano di 50 mila tonnellate. Ma quante sono queste tonnellate? E da cosa sono composte? Stanco di non saperlo, decido di chiederlo alla Regione Lombardia, assessorato Protezione Civile. Per tre giorni nicchiano, forse l’assessore in persona verrà in visita alla Fagiana (Centro Recupero della Fauna Selvatica LIPU a Pontevecchio di Magenta MI) mi dicono. Poi oggi arriva la risposta: sono 2.600 tonnellate, 1.800 di gasolio, 800 di oli combustibil. Ma come, tutto sto casino per una quantità "così modesta"? Sto pensando di andare domattina dai carabinieri e auto denunciarmi per procurato allarme. Come sia possibile che la Provincia di Milano, che ha fatto scuola sulle modalità di intervento in queste situazioni e ha scritto linee guida ancor oggi studiate dai tecnici del settore, non sia riuscita a fermare una mezza bacinella di petrolio?? E perché se, come mi dice la gentile segretaria dell’assessore, i dati sono da subito stati
diramati dall’ARPA, noi non li abbiamo letti da nessuna parte? Perché a distanza di sei giorni dallo sversamento, questo rigagnolo di innocua sostanza maleodorante sia finita nel Po e si sia dovuto scomodare anche Bertolaso e la Prestigiacomo e tutte le nostre migliori forze e mezzi compreso l’esercito?
Confesso che per un momento ho anche pensato che fossero sbagliate le mie carte geografiche, a me indicavano che il Lambro confluisse nel Po e il Po nel Mar Adriatico. Forse è per questo che si sta togliendo la geografia come materia di studio dalle scuole. Mi attacco subito al telefono e chiamo amici e conoscenti, tecnici del settore e di altre province. Sentite un po’!

Un’azienda privata che si occupa di bonifiche di questo tipo da 40 anni e ha contratti con qualche provincia lombarda, il giorno stesso si precipita sul posto e offre la sua collaborazione e la sua esperienza. Le viene risposto che non hanno bisogno. Il titolare si permette di obiettare che non vede in acqua i giusti strumenti e consiglia di chiederli alle province vicine, propone anche di tornare lui stesso (gratis!) con quello che serve. Ecco la risposta: arrivano i carabinieri, favorisca i documenti, lei non può stare qui e.. la solita storia che conoscete. Un ingegnere ambientale, funzionario di una provincia, che naturalmente mi dice mille volte di non fare il suo nome neanche sotto tortura, mi racconta come stanno le cose: la gestione dell’emergenza non ha funzionato e il coordinamento tra gli enti non ha funzionato. Scopro inoltre che 2.500 tonnellate sono la quantità massima che può rimanere stoccata in un impianto senza particolari misure di sicurezza richieste. Ma guarda a volte il caso: l’ARPA dichiara giusto un centinaio di tonnellate in più, roba da poco, una svista direi. La Direttiva Seveso, infatti, imporrebbe di mettere in sicurezza (significa svuotare i serbatoi) siti di stoccaggio di questo tipo e l’obbligo di comunicare ad ARPA, Regione, Provincia e Ministero Ambiente le misure di sicurezza adottate. A questi Enti spetterebbe poi il controllo.

Cominciate a farvi anche voi qualche domanda? Vi dirò di più, sempre che anch’io non riesca a sbagliare i conti. Seguite con attenzione perché si rischia di perdersi. Ricapitoliamo: ARPA e Regione Lombardia dichiarano 2.600 tonnellate, Brianza Acque 2.800, la stampa e le TV forniscono dati ancora diversi, chi dice 5.000, chi 8.000, chi ancora di più, boh!! Ma prendiamo per buoni i dati ufficiali: 2.600 ton. (ARPA) e 2.800 ton. (Brianza Acque) e quello che la protezione civile dichiara di aver recuperato a Piacenza, allo sbarramento di Isola Serafini, circa 1.800 tonnellate, 600 ancora in acqua. Il 6 marzo Brianza Acque, con malcelato orgoglio, dichiara che grazie al sacrificio del depuratore da loro gestito, sono riusciti a trattenere il 70% degli idrocarburi, cioè 2.615 tonnellate. Ma il 70% di quale quantitativo?? Se fosse dei 2.800, sarebbero 1.960 e non 2.615. Pare quindi che abbiano trattenuto una quantità di idrocarburi superiore a quella fuoriuscita dalle cisterne della Lombarda Petroli. Ma ancora la matematica non ci aiuta. Se Brianza Acque ha asportato 2.615 tonnellate, la protezione civile 1.800, 600 sono ancora da recuperare, la somma fa 5.015 !! Questo quanto riusciamo a capire dalle agenzia di stampa, poi ci sarebbero da aggiungere quanto hanno assorbito le barriere poste in vari punti del Lambro e del Po e le quantità che ancora oggi, 8 marzo 2010, si trovano lungo i due fiumi e soprattutto nel reticolo idrico secondario, fossi e canaletti laterali dei fiumi per capirci. Se siete arrivati a leggere fin qui, andate avanti perché il bello deve ancora venire.

Mi domando: Formigoni, Presidente di Regione Lombardia, dov’è? L’assessore regionale all’ambiente dov’è? Oggi, finalmente, arriva la sua dichiarazione: il Lambro tornerà balneabile nel 2015, anno dell’Expo, e subito 20 milioni di euro per la bonifica. Sono incredulo, vorrei andare a casa e preparare il mio miglior
costume da bagno per l’occasione. Ma come? Il Lambro (pensate che deriva dal latino “chiaro” per via delle sua acque chiare), è stato dichiarato tempo fa, morto dalla stessa Regione Lombardia che aveva chiesto una proroga alla Direttiva Acque per raggiungere parametri accettabili della qualità delle sue acque, unico fiume in Lombardia in queste disastrose condizioni. Potremmo dire: Regione Lombardia smentisce Regione Lombardia. E allora perché è stato chiesto lo stato di calamità, poi accordato dal governo, con richieste di stanziamento di denaro esorbitanti? Ma a cosa servono tutti questi denari? In sei giorni si chiude
l’emergenza, ci dicono che i parametri ritornano alla normalità, non c’è uno straccio di progetto di bonifica e già si pensa a come spendere i nostri soldi. Sarebbe come pensare di ricostruire una casa crollata, dopo solo 6 giorni, sulle sue stesse macerie e senza sapere quanto possa costare, senza un progetto, ma intanto ci portiamo avanti con il lavoro e mettiamo lì un po’ di soldi.

Lunedì 1 marzo ci si mette anche Galan, governatore del Veneto, a incasinare le cose, lui dice di aver trovato dicloroetano a Porto Tolle e Adria (siamo sul Delta del Po) e vieta l’uso dell’acqua anche per usi alimentari; qualche giorno prima era stato vietato il prelievo a fini irrigui. I miei amici tecnici di settore, mi
dicono che il dicloroetano è una delle tante trieline, un solvente chimico usato per la pulizia di materiali ferrosi prima della verniciatura. Aspetto con ansia che Arpa dichiari che ad una addetta alle pulizie in servizio alla regione, sia caduta in acqua una boccetta di trielina che stava usando per pulire una macchia di
sugo di cinghiale dalla giacca dell’assessore, ma purtroppo l’agenzia non arriva. Sarà una dimenticanza, niente di grave, penso. Male che vada, porteremo ai veneti l’acqua di Boario. Il giorno dopo, 2 marzo, mi tocca ribaltarmi dalle risate. Gli amici veneti della LIPU mi segnalano un articolo nel quale ARPA smentisce ARPA: il dicloroetano è sparito, parlano di un errore nelle analisi. In questi giorni, è bene precisarlo, in Lombardia cerchiamo di non essere da meno. Vengono lanciati vari allarmi per la presenza di dicloroetano e di altre colorate sostanze blu in superficie sul Lambro, tutte smentite. Faccio un’ipotesi azzardata e in controtendenza: è annegato un puffo!! Se non dovessi campare abbastanza per sputare in faccia ai colpevoli, azzardo qualche ipotesi, mie fantasie si intende! Inizio da una certezza: chi ha fatto un tale gesto scellerato, sapeva bene quel che faceva e che danni avrebbe procurato. Lo ha detto anche la Procura che indaga: bisogna conoscere molto bene il posto e l’impianto, occorre attivare un quadro elettrico, accendere le pompe, aprire le valvole in una certa sequenza, non è come aprire un rubinetto qualsiasi e forse bisogna anche essere almeno in tre persone. Perché allora si pensa all’azienda proprietaria dell’impianto? Se avesse venduto il materiale contenuto nelle cisterne, non avrebbe fatto migliori affari? O forse le cisterne non contenevano soltanto gasolio e olio combustibile, ma il luogo era diventato un sito di stoccaggio di vari materiali pericolosi che mischiati tra loro rendono il loro smaltimento talmente costoso da giustificare anche un disastro ambientale? Perché la stessa notte è stata manomessa la centralina telefonica della zona rendendo inservibili le comunicazioni via cavo? L’area è da tempo oggetto di una bonifica per usi commerciali e residenziali, il luogo su cui sorgono le cisterne sarebbe stato l’ultimo lotto da bonificare. Si parla di quasi 200mila metri cubi di cemento per un valore di oltre mezzo miliardo di euro e una centrale di cogenerazione alimentata da fonti rinnovabili per 50 milioni di euro. Progetti già presentati. Interessi enormi, più del petrolio, più di una fogna a cielo aperto chiamata Lambro.

E veniamo agli uccelli. La LIPU, insieme ad altre associazioni comuniste ed eversive, lancia l’allarme, attiva una task force, le solite minchiate da ambientalisti vetero‐marxisti. Alla Fagiana arrivano 9 animali, 2 Germani e 7 Cormorani, ulteriori in altri centri della Lombardia. A quanto riesco a sapere, una trentina di uccelli in tutto. Ci coordiniamo con il CRUMA (Centro Recupero Uccelli Marini e Acquatici LIPU di Livorno), applichiamo protocolli internazionali. Domenica mattina, 28 marzo, vado con un operatore video alla Fagiana per filmare le operazioni di lavaggio e stabilizzazione. Purtroppo nella notte sono già morti 4 animali, altri ne moriranno nel corso della giornata. Filmiamo e fotografiamo gli interventi degli operatori e dei volontari. Poi sento il nostro Ufficio Stampa, informo Andrea Mazza (Responsabile dell’Ufficio Stampa LIPU), gli dico che ho delle immagini di forte impatto. Arriva lunedì 1 marzo, Andrea convince la RAI a sentirci. Vado alla mitica sede della RAI a Milano in Corso Sempione, mi intervistano, dico come stanno le cose, i protocolli sanitari non funzionano, gli animali muoiono, non riusciamo a capire, lascio le immagini video del giorno prima. Sembrano interessarsi della vicenda, poco dopo Andrea riceve una telefonata dalla redazione del TG2, passano anche lì il servizio. E invece non passa niente, tranne Bertolaso e le sue rassicurazioni, io, noi, veniamo relegati al TG3 regionale e naturalmente senza immagini degli uccelli che stanno male, sullo sfondo invece immagini del Lambro degli anni ’50, pulito. Non si può mettere in onda la sofferenza, la morte degli animali, il tentativo disperato di salvarli, la nostra richiesta di spiegazioni. Anzi Bertolaso, ospite in studio del TG1, dichiara che non ci sono rischi, neanche per gli uccelli. Penso che gli abbiano fatto vedere le nostre immagini. Mentre guardo e ascolto incredulo, Veronica dalla Fagiana mi avvisa che è morto l’ultimo Cormorano, ci eravamo aggrappati alla sua vita, come un baluardo, quasi sfiorando l’accanimento
terapeutico. Pace all’anima sua. Eseguiamo alcune autopsie. Il nostro veterinario dichiara di trovare strani segnali, di solito nello stomaco di animali morti per idrocarburi si trovano queste sostanze, in questo caso nulla. Poi invece, emorragie a vari organi, fegato spappolato, problemi neurologici. Ancora oggi non riusciamo a spiegarci bene il motivo della loro morte.

Sono stanco, giornate intere passate al telefono, penso che forse 20 o 30 uccelli morti non fanno più notizia in questa società in cui l’apparenza conta più della sostanza, in cui l’ambiente non può essere un freno allo sviluppo. Bisognava che gli uccelli incatramati fossero migliaia, ma forse lo sono davvero stando alle
leggende metropolitane che parlano di uccelli e animali morti trasportati dalla corrente e mai più ritrovati. Una brutta storia, ma il problema non è questo.
Resta un fiume, il Lambro, morto anch’esso. Sarà sottoposto ad una bonifica che rappresenterà la sua fine biologica, venite al suo capezzale se non ci credete, toccate con mano le sue sponde lorde del petrolio che governa questo mondo. Pensate che lo sversamento di poche gocce di prezioso petrolio hanno intasato e mandato in tilt il depuratore che serve 800 mila abitanti della ricca Brianza e che, forse, per farlo ripartire servirà un mese. Nel frattempo questi 800 mila abitanti scaricheranno direttamente nel Lambro e da qui nel Po e poi nel Mar Adriatico, se la geografia non mi inganna. Ma questo non si può dire, non è politicamente corretto di questi tempi. Cosa stia succedendo al Po, al suo delta, nessuno può dirlo. Che conseguenze ci saranno per anni a questi ecosistemi, nemmeno. Chi pagherà per tutto questo? Io non ho molte speranze.

Non facciamoci fregare anche noi da questa distorta e demenziale informazione, l’emergenza non è affatto finita. Comincia adesso.



Ricostruzione tratta da articoli apparsi dal 23 febbraio all’8 marzo su: La Repubblica, Corriere della Sera, ANSA, DIRE, Il Giorno, Il Cittadino, Libero, Italia Oggi, TG1 RAI1, TG3 RAI3, siti di ARPA e Regione Lombardia. Le fotografie e i dati sugli animali sono della LIPU

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