°°Ode al giovane veterinario°°

Stamattina, come quasi quotidianamente accade, apro facebook e la mia home è invasa da status di colleghi e studenti di veterinaria. E, per la serie “non scrivo mai se non quando non ho altro modo di sfogarmi”, oggi è a voi che mi rivolgo, a voi come a me, “giovane veterinaria disperata”.

Come ogni buon gruppo di autoaiuto, inizio a dirti che non sei solo: guardati in giro, quanti tra i tuoi colleghi stanno messi meglio di te? Pensaci.

Ora facciamo un passo in più: e i tuoi capi? Appunto.

Caro collega, tu sei un coraggioso. Tu che hai studiato come un dannato anche se tutti intorno a te ti dicevano che era il peggior investimento di tempo e denaro della tua vita, tu che fai turni improbabili, contro ogni bioritmo, sapendo benissimo di essere sfruttato, tu che almeno una volta nella vita hai pensato a quanto guadagni più di te la cassiera del supermercato o la signora che fa la pulizie a casa, senza partita iva, senza ansie. Tu che vorresti provare ad essere un buon professionista ma vieni cazziato se in orario di lavoro studi un caso che ti è capitato, tu che vieni cazziato se chiedi un giorno per andare ad un congresso, figuriamoci poi prendersi una settimana di ferie dopo mesi di lavoro.

Ora pensa alla faccia dei tuoi capi, per lo più incazzati appena poggiano il piede sul pavimento la mattina. Ora pensa alla tua. Va bene, hai le occhiaie viola e i capelli in piedi ma tu sorridi. E, se ci fai caso, un po’ ti fa sorridere anche la loro frustrazione, anche se magari fatturano bene.

Giovane collega, certo che vorresti e meriteresti uno stipendio dignitoso per magari prima o poi farti una famiglia o anche solo renderti indipendente dai tuoi genitori ma tu ami ancora quello che fai. Loro no, il livello di frustrazione (che spesso scaricano su di te) ha soffocato l’entusiasmo, la curiosità e la meraviglia. Quelle stesse che, testardo, ti hanno sempre fatto andare avanti dopo ogni caduta, quelle che ti fanno prendere i libri lausissiin mano perché vuoi capirci di più, quelle che, nonostante tutto, ti fanno andare a dormire felice.

Ad un colloquio di lavoro qualche mese fa’ mi è stato chiesto: “come ti vedi
tra 10 anni?”. Io sul momento ho riso perplessa e poi ho risposto: “con la stessa felice curiosità di oggi”. Era una risposta sincera. Io sorrido quando vedo i miei capi incazzarsi per futilità tra loro o anche con noi, giovane carne da macello. E’ un sorriso denso di compassione.

Giovane collega, una volta un mio grande capo (perché esistono i grandi capi), il dott. Massimo D’Acierno, mi disse: “Strada, lei ha negli occhi la gioia del conoscere, ha lo stupore e non solo la gente lo nota ma è la chiave per diventare un buon veterinario. Non permetta a nessuno di portargliela via”.

E così, giovane collega, io oggi lo dico a te: non permetterlo a nessuno.

A nessuno.

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La sindrome dello spazzolino da denti – uma vida portuguesa #2

ImmaginePorto, ore 8,39 del mattino.
Apro gli occhi giusto all’atterraggio e sbadiglio mentre un reggimento di turisti italiani in tenuta caraibica guarda con terrore dai finestrini dell’aereo quel cielo di piombo. Mi dirigo rapida alla metro ed inizio il mio viaggio verso casa. E così penso alla difficoltà di termini, al concetto di “casa”. Rileggo giusto ora, varcata la soglia della mia casa portoghese, un messaggino arrivatomi ieri: “in quale delle tue case sei?”. Casa non basta più. Fai tutto un po’ meccanicamente, prendi mezzi pubblici, aerei, ti addormenti durante il viaggio e quando ti svegli e guardi giù e vedi dei rilievi pensi di essere quasi arrivata ad Orio e solo poi razionalizzi che stai sorvolando la penisola iberica verso Porto.
Il punto è questo, che sei confusa.
In fondo è tutta una questione di spazzolini da denti: se ne hai più di due dislocati in punti diversi del globo, fosse anche nella stessa città, sei esposto al rischio di contrarre la sindrome. Se poi sono in nazioni differenti sei epidemiologicamente un soggetto a gravissimo rischio. E non è soltanto una questione linguistica, che il massimo che ti può succedere è dire “obrigada” alla commessa dell’esselunga o parlare con fantasiosi neologismi la tua lingua madre.
Il punto è che non sei di nessun posto.
Io ho 3 spazzolini da denti. Se prima mi sentivo una persona senza radici, ora mi sento alata. Ho iniziato a parlare di “casa dei miei”, “casa di Matteo”, “casa portoghese”. Ho riflettuto sul fatto che non dico più “casa mia” perché è una dicitura che confonde anche me, figurati gli altri. Ho 3 spazzolini e non esistono gerarchie tra gli spazzolini, valgono tutti allo stesso modo ed ognuno ha un suo perché, una sua importanza. Perché se il tuo spazzolino da denti è lì che riposa sbilenco in quel bicchiere di quel bagno, vuol dire che quel bagno è anche un po’ tuo, che quella casa in un certo senso è un pochino tua.
E dunque ci vogliono 3 spazzolini per fare una Laura completa, spazzolini come pezzettini di sé sparpagliati e confusi ma con le setole al vento al profumo di mentolo.

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Uma vida portuguesa #1

Mi succedeva sempre anche all’università di fare un programma dettagliato di studio e di non rispettarlo quasi mai. Forse i programmi non fanno per me. Come la prima volta a Lisbona circa cinque anni fa’ mentre dicevo “mi sarebbe piaciuto fare l’erasmus qui” e poi ritrovarsi a cercare casa in Portogallo qualche anno dopo. Come la mia valigia che arriva a Milano da sud del Tejo proprio il giorno in cui scopro che dovrò ripartire. Ma forse i programmi sono fatti un po’ per essere trasgrediti.
E che dire? Porto è sempre Porto. Bella, nostalgica, mia. Vivo vicino a Marques, una zona che a Porto viene ancora considerata centro ma per me che vivevo sul Douro suona decisamente periferica. Qui non si vedono molti capelli biondi, non si sentono frequentemente accenti stranieri. Qui gli anziani giocano a carte nel parchetto con un folto gruppo di spettatori tutt’intorno, tanto che la prima volta che li ho visti ho pensato si trattasse di un evento o di un mercato. Giro a piedi ma oggi credo comprerò una bicicletta perché mi si è già infiammato un tendine.
Lavoro in un ospedale veterinario futuristico e, per mia fortuna, sono stata presa sotto l’ala protettrice di una tirocinante di infermieristica che deve aver letto il terrore nel mio sguardo. Il primo giorno è trascorso abbastanza bene, tra un po’ di terapie in degenza, un politraumatizzato, un caso dermatologico e un intervento in un coniglio per un ascesso a pieno spessore nell’osso mandibolare (grazie al Dottor Max se mi sentivo un pochino preparata).
Per quanto sappia già che non sarà facile (mi è stato preannunciato e l’ho potuto intuire un pochino da sola), proprio qui una volta ho sentito dire “se a vida lhe der um limão faça dele uma caipirinha” (se la vita ti dà un limone, facci una caipirinha).
Até breve!
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°°Um mês°°

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Esiste un angolo nella notte, a due passi dall’abbraccio di Morfeo, quando ancora percepiamo il nostro corpo che inizia a farsi via via più pesante, abbandonandosi all’onirico.

Ebbene, in quell’angolo di notte ci riveliamo a noi stessi, quei pensieri sopiti arrivano al cuore, lo gonfiano, lo cavalcano in un galoppo sfrenato. E tu, ad occhi chiusi, assisti, protagonista e spettatore di un te stesso svelato. In quell’angolo di notte non ti puoi nascondere perché il sentire agisce proprio quando chiudi gli occhi, quando abbassi la guardia, quando credi di aver vinto. Ma lui ci vede in quella notte. E ti rivela. E così sei tu di fronte a te stesso e notte tutt’intorno. E d’improvviso scorgi ben delineata la tua sagoma, colma di ansie e di crepe o felice ed inebriata. Ma sei tu, proprio tu, carica di sentire, quel sentire a cui, strabordante, hai preferito non regalare il tuo tempo ma che poi, in quell’angolo di notte dove il tempo non esiste, ritorna scrosciante e prepotente alla sua sorgente, si impadronisce nuovamente dei suoi argini e del suo letto in secca e lo fa suo. Perché è suo.

Esiste un angolo nella notte, a due passi dall’abbraccio di Morfeo, in cui ti rivolgi uno sguardo di muta compassione e di perdono, in cui, riabbracciandoti, ti fondi a quel sentire rinnegato. E il tuo corpo si fa via via più pesante, denso di sentire, denso di profondo te, e sprofonda lentamente nel sogno, appagante, ristoratore, compassionevole abbraccio di ipnotici flauti.

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°°1000 punti felicità°°

Sai cosa penso?
Che la felicità è sempre lì in agguato e, quando meno te ne accorgi, ti assale alle spalle. Lo fa con grazia però, alle volte così leggera che te ne accorgi solo quando, stanca dei tuoi lamenti, si allontana mogia mogia come un bambino che ha fatto una ruota bellissima e che mai gli era riuscita prima e non c’era nessuno a guardarlo in quel momento. Che, se ci pensi, la felicità è bella se la condividi e, per farlo, te ne devi accorgere di essere felice, intendo. Altrimenti tutto passa e si finisce per chiudersi a riccio in una cieca nostalgia. Per quello ti devi un po’ allenare, eh. Allenare ad essere felice, sì. E condividerlo poi, non dimenticarlo. Che altrimenti che te ne fai? Sorridi tra te e te e poi? Dura un attimo, credimi. Però, anche se questo lo fanno quelli che c’hanno esperienza, puoi approfittarne 21814379415097527_Wy40W6eO_ced arrischiarti in un terreno difficile, tipo le poste o la banca, quei posti che puzzano sempre un po’ di chiuso, con l’aria viziata. Bè, lì nessuno si aspetta un po’ di felicità riflessa, stanne certo, e se proprio lì ne ricavi un sorriso o uno sguardo d’intesa come a dire “ma sì, varrà forse la pena rovinarsi la giornata per così poco?”, alzando un pochino le spalle, allora credimi, quello vale 1000 punti felicità.
La felicità ha bisogno di aria, luce e parole gentili, tenerla stretta stretta a te la farà appassire.
Lei non scappa, eh. Lei sta sempre lì in agguato, dietro le spalle.
Però, da bravo, inizia ad allenarti oggi, sù.

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°°Pigeons°°

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Erano lì, seduti uno di fianco all’altro, separati il numero sufficiente di centimetri per evitare che i loro corpi potessero toccarsi, avvolti da un timido imbarazzo. Di fronte a loro dei piccioni roteavano su se stessi in goffe danze di corteggiamento e i loro sguardi si concentravano seri sugli approcci dei tubanti pennuti.
D’improvviso Veronika venne investita da un profumo intenso e dolcissimo, come di gelsomino e note di melata. Chiuse gli occhi per dedicare ogni suo senso all’analisi della fragranza, lei e quel profumo, loro soltanto. Si lasciò accarezzare e travolgere, ogni suo senso dominato da quell’esotica essenza sconosciuta. Assecondò con il volto quella carezza e riaprì lentamente gli occhi. Proveniva da lui. Lui, ancora intento a fissare il corteggiamento dei piccioni e con lo sguardo che si perdeva oltre, in fondo, chissà. E lui probabilmente neanche se ne accorgeva di quel profumo. Doveva essere tanto suo, provenirgli tanto dal profondo che probabilmente ne era assuefatto, come fosse naturale per lui. Ma per Veronika no, per Veronika era la prima volta. Allora, fingendo di guardare dei bambini giocare in lontananza, iniziò ad osservarlo bene. Il suo sguardo si fece molto serio mentre seguiva il suo profilo, la linea scura delle sue ciglia, scivolando poi sul suo naso e accoccolandosi infine morbidamente sulle sue labbra. Poi si voltò di colpo, ritornando a focalizzarsi sui pennuti.
“Sei bello”, disse con fare quasi disinteressato. Lui si voltò a guardarla, gli occhi colmi d’incredulità, come se gli fosse stato appena rivelato il più profondo dei segreti. Ma lei non si voltò. Rimase con il suo sguardo serio fissa sui piccioni. Si sentiva scoperta, in trappola, finita. Piccola. Gli occhi si velavano via via di lacrime, sfumando le giravolte d’amore dei colombi.
“Sì, sei bello”, continuò con la voce un po’ strozzata. “Sei bello come quando guardi un tramonto e pensi che, se morissi in quel momento, tutto sommato saresti felice, come quando, accarezzando con la lingua la torta di cioccolato della Pimenta, chiudi gli occhi per trattenerne il sapore. Sei bello per le cose belle che gli altri fanno per te, perché ti sai far voler bene, perché sei così e ti riesce così facile. Sei bello per come ti guarda il tuo cane. E per come tu guardi lui. Sei bello, tutto qui.” Si strinse nelle spalle e nascose il viso nell’ampia sciarpa di lana.
Lui sorrise lieve e riprese con lei a guardare i pennuti mentre il sole, grande ed aranciato, andava a dormire dietro i palazzi della stanca città.

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°°Bianco°°

E poi un giorno d’improvviso ti investe in pieno quel pensiero: che non esiste nulla di più giusto nella vita che perseguire il bello e il buono.

Così semplice che ti chiedi come hai fatto a non pensarci prima.
Così grande che quando lo ammetti finalmente a te stessa non riesci a trattanere le lacrime.
Così bello che ti addormenti con il sorriso e ti risvegli con quello stesso sorriso, come se non avesse mai abbandonato i tuoi sogni.

E così, semplicemente, un giorno d’improvviso ti sembra che in una carezza lieve ad un fiore, morbida per non turbare i suoi delicati petali, risieda la più candida essenza della Felicità.

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